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Al contrario di quanto si possa pensare, sono tante le persone che amano la stagione fredda. Il richiamo della neve dal punto di vista della bellezza e del divertimento, spesso è più forte dei piccoli o grandi disagi che può recare.

Pertanto, di norma con l’approssimarsi dell’inverno, in tanti iniziano a rivolgere in maniera sempre più assidua le proprie attenzioni sulle previsioni meteorologiche, in attesa di carpire segnali improntati ad una possibile evoluzione che porti la neve nel proprio giardino, nel parco sotto casa o semplicemente sulle piste da sci.

Purtroppo però, è sotto l’occhio di tutti, come negli ultimi anni risulti sempre più difficile vivere eventi nevosi degni di nota, e le cause sono di difficile interpretazione. Proviamo a stilare delle ipotesi su larga scala ed anche nel nostro piccolo.

Dai primi anni ottanta, ed in misura più marcata dalla fine degli anni novanta, la crisi degli inverni Europei risulta inarrestabile. Escludendo delle fisiologiche eccezioni, a volte anche violente ma spesso circoscritte a limitate porzioni di territorio e per brevi periodi, i canoni invernali risultano decisamente stravolti rispetto a ciò che abbiamo vissuto fino agli anni sessanta del secolo scorso. Lo schema barico invernale risulta spesso dominato da figure votate alla mitezza oceanica o ancor più di origine Africana. Un indice teleconnettivo su tutti, mostra in maniera lapalissiana questo cambiamento su scala continentale, l’indice EA:

Questo indicatore ci mostra la differenza di pressione sull’intero Oceano Atlantico. E’ collegato ad altri indici che monitorano l’intensità delle diverse figure bariche (alte e basse pressioni) che insistono sull’oceano. Senza entrare in tecnicismi poco comprensibili, affidiamoci ai colori ed alle linee che si vedono sul grafico. Vi sono quattro righe che mostrano una linea del tempo ed all’interno di esse sono presenti dei picchi verso l’alto in rosso e verso il basso in blu. Le parti in rosso ci mostrano un indice EA positivo, quelle in blu un EA negativo. Semplificando al massimo, un EA negativo è sinonimo di incursioni fredde e perturbate sull’Europa, ed al contrario valori positivi mostrano una invadenza di calde correnti subtropicali. A colpo d’occhio osservando il grafico, si nota subito come con l’avanzare degli anni, il rosso prenda il sopravvento sul blu. In buona sostanza sono drasticamente diminuite le occasioni per avere condizioni invernali sul nostro continente, a causa di un cospicuo aumento delle ingerenze calde subtropicali, a discapito di quelle fredde settentrionali. Appurato ciò, le cause all’origine di questa possente anomalia, sono da ricercare con buona probabilità nel “galoppante” Riscaldamento Globale (Global Warming) che affligge il nostro pianeta e su cui scienziati e politici si scontrano giornalmente, dividendosi tra chi propina le cause antropiche e chi al contrario crede che il tutto sia riconducibile a cicli naturali. Il surplus di calore dovuto al riscaldamento in essere, ha prodotto un forte aumento dell’energia a favore del Vortice Polare, che avendo più “benzina” a disposizione, gira con maggior velocità, rinforzando anche gli anticicloni alle medie e basse latitudini. Questa maggior velocità, non permette al freddo di scendere di latitudine, ma resta più a lungo intrappolato nel cuore del Vortice Polare stesso. Noi da appassionati e spettatori, ci limitiamo ad analizzare e monitorare come e quanto cambiano il tempo ed il clima, in attesa di segni che indichino un cambiamento, ma ad oggi non si scorge nulla neanche in lontananza, infatti basta osservare il grafico seguente per notare che non si vedono inversioni di tendenza, anzi:

Riducendo la nostra scala di visione all’Italia, vien da se immaginare che il discorso non cambi di molto. Le cause della latitanza degli inverni italiani, hanno come madre, le situazioni Europee e Globali che vanno ad incidere sull’intero bacino del Mediterraneo, enfatizzando in maniera esponenziale una situazione geografica già di per se poco predisposta al freddo.  Infatti non dobbiamo dimenticare che il nostro splendido paese è una penisola posta all’interno di un bacino chiuso e quindi ulteriormente portato ad essere più caldo di un qualsiasi altro mare “aperto”. Questo elemento di fatto porta un fattore moltiplicativo al riscaldamento, anche perché, trovandosi nella zona di confine tra Africa ed Eurasia è particolarmente sensibile al cambiamento climatico attuale, con il rischio sensibile di aumento della temperatura media e superficiale che a detta di molti studiosi, porterebbe ad una Tropicalizzazione e Meridionalizzazione del Mediterraneo, tra l’altro in parte già in atto. I paesi bagnati dal Mediterraneo rischiano di andare incontro alla desertificazione a causa dello spostamento verso nord della Cella di Hadley (sinteticamente si tratta di una circolazione dal carattere convettivo che porta ad una intensa attività di cumologenesi a ridosso dell’equatore con conseguenti forti precipitazioni, mentre immediatamente a nord ed a sud, il trasporto di aria secca verso i tropici, rende il clima arido) e con essa dell'anticiclone subtropicale. Accurati studi stimano in 5,5/6 °C entro il 2100, l’aumento medio delle temperature del Mediterraneo. Tutto ciò produrrebbe siccità, estati torride e forti riduzioni del freddo e delle precipitazioni in inverno. Guardandovi intorno, non vi sembra che tutto il processo sia già abbondantemente in atto?

Nell’immagine sopra (una delle tante disponibili sul web), i colori indicano la differenza di temperatura rispetto alla norma. Anche in questo caso, il rosso intenso sul 90% del Mediterraneo, parla da solo. Questa anomalia è ormai una costante, e descrive l’ulteriore difficoltà Italiana nell’avere anche minime condizioni votate all’inverno. Infatti, una qualsiasi massa d’aria fredda che scorre su di un mare caldo, tenderà ad assorbirne il calore; se poi questo mare ha una temperatura superiore al normale, il fattore di riscaldamento si amplifica.

Come anticipato poco su, le difficoltà dell’aria fredda di raggiungere l’Italia, sono tante già in partenza; “galleggiamo” su di un mare caldo, siamo a due passi dall’Africa e non dimentichiamo che a nord abbiamo un vero e proprio ombrello rappresentato dall’arco Alpino che fa da scudo per le discese fredde, che solo parzialmente riescono ad aggirarlo ad est ed ovest. Nonostante questo, il territorio italiano, storicamente aveva una media di tre perturbazioni fredde per ogni stagione invernale, ma ad oggi fa fatica anche a vederne una. E questo sta capitando di anno in anno anche con situazioni di partenza molto differenti. Ogni autunno ci si affida ad indici predittivi e teleconnessioni; che questi siano favorevoli o meno, il risultato non cambia. Ecco così che città come Roma che vedevano già di rado la neve, ora non la vedono affatto, oppure che zone come la pianura padana abbiano una drastica diminuzione delle nevicate, e che persino le montagne spesso mantengono il colore marrone al posto del bianco per gran parte dell’inverno, con ulteriori problemi a carico dei ghiacciai che ogni anno regrediscono sempre di più.

Veniamo a noi, a L’Aquila ed al suo territorio. Un fazzoletto di terra incastonato tra i monti più alti dell’Appennino. Volendo snocciolare dei dati sull’inverno Aquilano e la sua neve, scopriamo la grossa crisi anche a livello locale. La cartina che trovate in basso è riferita agli accumuli nevosi stagionali espressi in centimetri per il periodo 1920-1960. Per la nostra città, era lecito attendersi normalmente 100 cm per ogni inverno. Questa media, come è facile immaginare, è in continuo calo, e prendendo in esame gli ultimi 20 anni, si è perso circa il 30% in termini di accumulo. Ma è negli ultimi 6 anni (dopo il 2012) che si è avuto il vero “tracollo invernale” con una media di scarsi 50 cm (conteggiando l’attuale inverno in corso, si scende sotto i 40), corrispondente alla metà di ciò che era lecito attendersi fino a pochi decenni fa.

 

Il segno più incisivo della “nuova stagione invernale Aquilana” è però da ricercarsi in un altro parametro che gravita sempre intorno alla nevosità, ovvero la durata del manto nevoso al suolo. Nel periodo storico preso in esame per l’accumulo stagionale, ovvero 1920-1960, si misuravano circa 40 giorni con neve al suolo. La mappa sottostante mostra la permanenza del manto, che ci da un buon parametro di valutazione. La nostra città, al pari delle zone più elevate dell’Appennino e di gran parte delle Alpi, rientrava nella fascia di 25-50 giorni, ed in assoluto era la prima città d’Italia.

Per fare una comparazione con i giorni nostri, prendo un esempio che potrebbe sembrare paradossale: il febbraio 2012. Con 170 centimetri di neve caduti in quindici giorni (di cui solo 100 in 24 ore il giorno 3) risulta “l’evento” per eccellenza degli ultimi 30 anni. Bene, questi 170 cm (ossia 70 cm oltre la media del periodo 1920-1960 e 100 cm oltre la media degli ultimi 20 anni) il primo marzo erano già svaniti. Venticinque o localmente trenta giorni di permanenza al suolo, per ben 170 cm di accumulo. Una durata irrisoria per un accumulo del genere che in altri tempi sarebbe durato non meno di 60-70 giorni. Basti pensare che nel famoso febbraio 1956, dove caddero quantità di neve si superiori al 2012 ma non di molto, diversi libri di narrativa e svariati racconti storici, parlano di prati innevati fino alla metà di aprile, con le zone d’ombra rimaste innevate anche in maggio ed i cumuli tra le vie dei paesi che si esaurirono in piena estate. Altri tempi, altro mondo, altro clima.  Proseguendo con i numeri, che meglio di qualsiasi parola descrivono il disagio invernale, la media di giorni con neve al suolo è scesa negli ultimi vent’anni a soli 23 e negli ultimi sei ad appena 13, un calo del 65/70%!

 

La nostra amata città, un tempo si era guadagnata il soprannome di “Mamma della neve” non a caso. Infatti i freddi numeri ci mostrano la vecchia e la nuova realtà, ma non possono raccontare le gesta Aquilane di un tempo. Il microclima locale, riusciva spesso a contrastare la natura intrinseca del territorio Italico irto di ostacoli per il freddo. L’orografia donataci dall’Appennino, in simbiosi con le possenti inversioni termiche tipiche della nostra conca, spesso facevano miracoli, o forse compivano semplicemente il loro scopo, oggi impensabile. Era possibile veder nevicare a L’Aquila con la stessa temperatura che si incontrava quasi mille metri più in alto; oppure bastava varcare uno dei due versanti montuosi che ci racchiudono, per trovare al di la pioggia e da noi una abbondante nevicata.

Oggi le cose sono inconfutabilmente cambiate, poiché la forza della natura a grande scala con le sue mutazioni sta disegnando un nuovo quadro climatico che probabilmente, ancora non esprime a pieno le sue potenzialità.

 

ANDREA CUCCHIARELLA

19.01.2018