Dagli appunti di Aprile 1999 - "Credo che sia opportuno spendere qualche parola sull’andamento climatico di questo inverno che ha mostrato diversi aspetti degni di nota, in particolare se confrontati con gli inverni più recenti. Esaminandolo entro un’ottica temporale più ampia, si potrebbe  ad ogni modo definirlo un inverno “normale”, più che “eccezionale”, per il nostro territorio, in particolare con riferimento a quello che era il clima nei decenni passati. L’inverno appena trascorso non ha certo negato bruschi stravolgimenti termici, alternando fasi calde a fasi nella media o anche sotto media in tempi ristretti. Ciò che ha fatto la differenza rispetto agli ultimi che lo hanno preceduto, è stato l’innevamento, anche se a partire da quote di media montagna, e più precisamente da 1100-1200 m. Infatti, va precisato, non si è trattato di un inverno caratterizzato da picchi estremi di freddo e neve in senso assoluto, anche prendendo a riferimento gli anni ’90. Potrei citare ad esempio il 1993, con medie invernali più basse e maggiore quantità di neve caduta alla quota di Poggio Santa Maria. Senza parlare poi degli eventi storici del passato, noti e meno noti, come il “mitico” Gennaio 1985, quando misuravo in paese spessori superiori ai 50cm, o il Dicembre 1990, quando uno strato di 45-50cm ci accompagnò per buona parte del mese. Nel Febbraio 1999 invece la massima nevicata a Poggio Santa Maria è stata di 20cm. Considerevole invece è stato l’accumulo in montagna, come si diceva prima, oltre i 1200m circa, area quindi che abbraccia molti paesi e strade dell’Aquilano. Come ad esempio, la Forca di Castiglione, a Tornimparte (1350 m). Durante un giro in macchina effettuato il giorno 11 Febbraio alle ore 19 circa, la situazione era questa. A casa mia, Poggio Santa Maria, 830 m di quota, come detto 20cm al suolo. Già a Villagrande di Tornimparte, 860m di quota, il manto al suolo era di 30cm. Continuando a salire lungo la strada che porta alla Forca di Castiglione, per ogni 10m di quota si notava un accumulo più consistente. Questo perché la precipitazione, molto abbondante, ebbe luogo con temperature al limite per la neve a quelle quote, e si concentrò molto a ridosso dei rilievi, in particolare quelli sud-occidentali della conca. Tornimparte e Lucoli quindi. Una cosa simile accadde nel Dicembre 1990, quando a Poggio Santa Maria, nella parte più alta a circa 860m di quota, c’erano 50cm di neve, mentre a Sassa, 200m più in basso, 25cm, e addirittura, salendo verso Lucoli, già arrivando a Santa Menna, a 900m di quota il manto nevoso era considerevolmente più spesso che a Poggio Santa Maria, e sicuramente superiore ai 60cm. Quella fu l’ultima volta che in paese si spalò la neve dai tetti, perché la coltre nevosa, oltre che consistente, durò intatta per molti giorni. Riprendendo la cronaca di quell’escursione, ricordo che già al bivio per Ruella, a 1000m di quota, c’erano più di 40cm e poco più avanti, al bivio per San Nicola, si superava il mezzo metro. Il paesaggio era incantato, avevo dimenticato quanto fosse delicato l’aspetto di una nevicata così consistente appena caduta. Una bianca morbidezza avvolgeva alberi che sembravano cadere sotto il suo peso di cotone, e nascondeva tutte le asperità del terreno rendendo al fortunato spettatore un’immagine unica di purezza immacolata. Tutto questo quando il manto era già di circa 80cm, più o meno all’altezza della vecchia discarica, poco sopra i 1100m, che adesso dormiva sotto un bianco silenzio. Mentre ci si arrampicava su per una strada che era solo un varco aperto fra due muri di neve che superavano in altezza l’automobile, consentendo a tratti di vedere null’altro che il cielo stellato, il manto si ispessiva a vista d’occhio. Il vero spettacolo iniziò appena superato il “curvone”, appena sopra i 1250m. Alberi interamente sommersi e riversi su se stessi, alcuni del tutto scomparsi. Quasi non si vedeva più legno attraverso la faggeta. E infatti la neve era appena caduta, e conservava intatta la sua delicatezza e morbidezza. Il manto ormai superava il metro di altezza. Ed eccoci giunti alla Casa Cantoniera, che segna il termine della salita. All’abbondanza della precipitazione qui si univano gli effetti del vento. Il fontanile era completamente scomparso sotto la coltre bianca che lo ricopriva di parecchi centimetri. La neve superava la metà dell’altezza delle porte di ingresso della casetta cantoniera, che aveva sul tetto un grandioso mucchio scolpito dal vento. E, cosa che in quel momento non sapevamo, ma che avremmo scoperto nei giorni successivi, sul pendio sovrastante c’era una cornice enorme, che avrebbe originato qualche distacco abbattendo alcuni faggi sottostanti. Anche intorno alla casetta cantoniera c’era un esteso cumulo di neve alto circa 3 metri. Per concludere, alla Forca (1350 m) trovammo un manto omogeneo di circa 1,20 metri, che rendeva il paesaggio di una bellezza unica. La neve superava, coprendolo completamente, il piedistallo in cemento che sorregge la croce, nella piazzetta della Forca, rendendolo impossibile da raggiungere a piedi. A Villagrande eravamo partiti con una temperatura di –7 °C, la neve non era coesa, e il pericolo valanghe era molto elevato. Alla Forca nevicava ininterrottamente dall’8 febbraio, e in quei 3 giorni  erano caduti a Poggio Santa Maria circa 100mm fra pioggia e neve."

Di seguito le configurazioni sinottiche di quei giorni. La mappa del 1 Febbraio testimonia il passaggio dell'intensa irruzione artico-continentale che portò bufere di neve sui settori adriatici a fine gennaio.

Molti pendii non riuscirono a trattenere quella grossa quantità di neve caduta senza sosta in tre giorni (8-11 Febbraio), e con quella fase perturbata si aprì un periodo di forte innevamento alle quote di montagna ma al tempo stesso di grande rischio valanghe che proseguì fino a marzo inoltrato. Rischio che si mostrò subito concreto con l’imponente distacco che avvenne fra l’11 e il 12 febbraio sul versante N di Monte Orsello. Numerose furono comunque le slavine in tutto il settore N del Velino. Le faggete di Tornimparte portarono per diversi anni le cicatrici di questi distacchi, come quelli che con pochi metri di salto, dalle cornici stracolme di Monte Piagga, solcarono la faggeta sottostante per centinaia di metri lungo il ripidissimo pendio.

Ecco come si mostrava l'imponente valanga staccatasi dai costoni sommitali di Monte Orsello la mattina del 12 Febbraio 1999, appena cessate le nevicate.

 

Il 30 Marzo 1999, sono evidenti i resti della valanga, che insieme alla neve, ha trascinato a valle un'intera faggeta.

 
     

Dopo la principale fase nevosa di Febbraio, vi fu una replica nei primi di Marzo, in particolare il giorno 7, quando tornò la neve sotto gli 800m, con accumuli abbondanti sopra i 1200/1300m, come testimoniano queste foto scattate il 7 marzo 1999 a Casamaina di Lucoli (1400 m).

 

 

Di seguito i rilevamenti meteorologici effettuati a Poggio Santa Maria in quel periodo.

 

 

STEFANO ROSONE